Offerte della Messa

Un’attività internazionale di soccorso della congregazione cattolica di San Camillo e dei suoi collaboratori

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Camillian Task Force in Indonesia 

La CTF guidata da P. Scott Binet, MD, collabora con l’Ufficio di Risposta d’Emergenza della Conferenza Episcopale Indonesiana e la Caritas, per far fronte al devastante disastro in Aceh, Indonesia. 

Il 26 dicembre 2004, un terremoto di grado 9.0 partito dalla costa occidentale dell’Isola di Sumatra in Indonesia, che ha prodotto il tsunami (onde giganti), ha ucciso – secondo l’ultima stima – 150.000 persone.  

Lo sforzo della CTF in Indonesia e’ uno dei tre tre campi di lavoro che i Camilliani stanno portando avanti in Asia. Infatti portano soccorso anche alle vittime di Tailandia e India. 

Prega per le vittime di questo terribile disastro e per la riuscita di coloro che stanno prestando soccorso.

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UOMINI A BANDA ACEH

Banda Aceh è l’apocalisse

Banda Aceh è l’apocalisse. Rovine a perdita d’occhio sotto il sole dell’Equatore, in un tanfo di morte, nel ronzare delle mosche. Branchi di cani e qualcuno che fruga fra le rovine, falò che ardono in un fumo denso. Come la fine del mondo, il giorno dopo. Fuggiti gli abitanti, e ammutoliti i pochi rimasti. Qui la morte è una mano che ti schiaccia contro la terra.

Ma t’accompagnano in questo viaggio d’oltretomba degli uomini: l’unico sacerdote cristiano di Aceh, un italiano settantenne, e un giovane camilliano americano, arrivato fin qui da Milwaukee, Wisconsin, con la sua veste nera e la croce rossa sul petto. Poi, tre suore, due giovani indonesiane e una anziana, italiana, di Biella. E assieme a questa compagnia cammini per Aceh la desolata, Aceh la annichilita. Nel fango nero e immondo che copre ogni cosa, tra le rovine che le ruspe non riescono a smuovere, emerge a tratti quasi intatto un segno della vita di prima: una ciotola per gatti, una sveglia, un mestolo, assurdamente integri nello sfacelo.
Insostenibile la fine del mondo, insopportabile questo odore addosso. Qui la morte ha vinto, pensi, occorre arrendersi, andarsene, abbandonare questa terra ai branchi di cani e agli sciacalli. E‚ evidente, basta guardarsi attorno: qui la morte ha vinto, andiamocene. Ma negli occhi del sacerdote settantenne non c’è traccia di voglia di andarsene. Le suore indonesiane, piccole, silenziose, con la loro mitezza paiono altrettanto ferme: noi restiamo. L’italiana guarda le risaie invase dall’acqua salata con dolore: da biellese, sa che per anni e anni qui di riso non ne crescerà più. Ma è sconforto di donna delle campagne, tutt’altro che disperazione. E il giovane camilliano arrivato fin qui da Milwaukee cammina fra le rovine, la grossa croce rossa sul petto, l’aria grave ma quasi fiera. Come pensasse: «Mai visto niente di così terribile. Tuttavia, io sono qui per ricominciare».
Uomini, a Banda Aceh. In questa compagnia di uomini l’apocalisse, pure atroce, non ha più il potere di schiacciarti. Non è, la sua parola di morte, quella definitiva. Il fumo acre, la melma turpe, e l’odore orrendo della morte, non sono l’ultima parola. Né il silenzio assoluto delle strade, nel buio della notte, rotto solo dai latrati dei branchi randagi. Non vincono, le tenebre. Ti resta in mente, su tutto, il crocefisso rosso sul petto di un ragazzo arrivato dal Wisconsin, e la faccia di un prete di 70 anni, che resterà qui.

di Corradi Marina


Sumatra come Hiroshima

BANDA ACEH. ROCCAFORTE DELLA GUERRIGLIA ISLAMICA. GIORNALISTI CAMUFFATI DA PSICOLOGI E CRISTIANI GOCCIA NELL’OCEANO MUSULMANO. PASSAGGIO NELLA REGIONE PIù COLPITA DALLO TSUNAMI. DAL NOSTRO INVIATO

Ule Lhe, “la testa del serpente”, un elegante quartiere di vilette a due piani che si affacciava sull’oceano; Lhoknga, paradiso di risaie; Lamprit, la bella stazione balneare; Malahayati, il porto del petrolio… sono i granelli del rosario di Hiroshima che circondano Banda Aceh, la capitale della provincia settentrionale di Sumatra investita in pieno dal maremoto che il 26 dicembre si è scatenato a 80 chilometri da qui in fondo al mare. La distruzione è indescrivibile a parole. Solo la memoria storica visiva è di aiuto: la scena, in vari punti della costa lungo la punta estrema di Sumatra dov’è incastonata Banda Aceh, è la stessa della città giapponese colpita dalla prima bomba atomica, oppure del Vajont dopo l’esondazione della diga, ma su un’area cinquanta volte più grande.La scena è un deserto di rovine contorte, grovigli nerastri irriconoscibili di macerie, palme strappate, automobili accartocciate o spianate come fossero state modellini di latta;

  dove è rimasto in piedi miracolosamente un edificio, le decine che lo circondavano sono scomparsi nel nulla, intorno non c’è un solo muro in piedi per interi chilometri quadrati. In vari punti l’acqua ha creato stagni da cui emerge ogni genere di detriti là dove prima c’erano case e giardini. Scorgo su una plancia immersa nella fanghiglia i poveri resti di un corpo mutilato, che qualcuno passerà poco dopo a ficcare in un sacco di plastica. Di quei sacchi ne ho visti alcuni lungo la strada sterrata che stiamo percorrendo qui a Ule Lhe, la stessa usata da decine di camion e pale meccaniche che vanno avanti e indietro caricando detriti sui rimorchi a portandoli lontani, senza badare troppo a quel che sotto i detriti è rimasto. Nel pomeriggio capiterà di avvistare un cadavere non ancora individuato da nessuno, frenato dalle frasche di uno stagno salato fra le rovine in prossimità della linea del mare: è il 15 di gennaio, 21 giorni dopo la grande onda, ma Banda Aceh è ancora uno sterminato camposanto a cielo aperto, dove l’unico suono che si sente è il rumore dei camion e delle ruspe, e solo la forte brezza dell’oceano e il lavorio dell’acqua salata impediscono l’esplosione di epidemie.
Ho visto strutture in cemento armato coi fili dell’armatura che penzolavano fuori arricciati come quelli di un filo elettrico senza protezione. Pilastri armati di acciaio spezzati e il metallo piegato come fosse stagno. Un ponte di parecchie tonnellate gettato giù dai suoi piloni e spostato di cinquanta metri. Che ne poteva essere dei fragili corpi umani? Eppure tanti sono incredibilmente sopravvissuti. Ho incontrato alcuni di loro al St. Elizabeth Hospital, l’ospedale cattolico di Medan, la capitale dell’adiacente provincia di Sumatra nord distante 350 chilometri e del tutto intatta. Rayvasa, 52 anni, fruttivendolo, è il viceresponsabile laico del Sacro Cuore di Gesù, l’unica parrocchia dei 500 cattolici della città (400 mila abitanti, tutti musulmani), ed è un miracolato: la sua abitazione, tutta in legno su una soletta di cemento, sorgeva quasi in riva al mare; l’hanno trovato due giorni dopo fra le macerie a quasi 6
chilometri da casa sua, ancora incosciente, con una tibia spezzata e nient’altro. Ma siede su una sponda del letto con lo sguardo cupo: quando è arrivata l’onda la famiglia era riunita per andare a Messa, lui e due figli (un maschio e una femmina) si sono salvati, la moglie e altri due figli sono scomparsi per sempre. «Era alta venti metri, lo giuro», racconta di quei momenti. «Ha distrutto tutte le case al primo colpo. Cosa penso di Dio dopo quello che è successo? Non possiamo dire nulla, questo fatto è un mistero della mente di Dio».
Di tono diverso il racconto di Mukhtar, molto giovane, la nostra guida pomeridiana a Banda Aceh. Mi scorta sui luoghi della tragedia insieme a un gruppetto di persone molto speciali (diremo poi perché) con un pulmino a pagamento. Dopo aver attraversato vari quartieri sconvolti, arriviamo quasi in riva al mare. Scende e indica un punto nel vuoto: «Là c’era la mia casa», dice in bahasa quasi sorridendo. «Io ero via col pulmino, ma mia moglie e due bambini piccoli sono spariti insieme alla casa. Però guardate laggiù: la moschea è tutta intatta! Davvero Dio è con noi». Risaliamo sul pulmino e nessuno più parla; partiamo. A rendere del tutto surreale la situazione provvede il lettore cd del pulmino, che trasmette canzoni francesi sentimentali in stile Edith Piaf ad alto volume, mentre davanti ai nostri occhi scorre un panorama interminabile di rovine.

PIU' ARMI CHE CASE
A Banda Aceh tutto è surreale dopo questo maremoto apocalittico: il paesaggio urbano e quello umano. Tutto il mondo sa che Banda Aceh ha un grosso problema politico legato alla sua identità religiosa islamica, diversa da quella del resto dell’Indonesia. Banda Aceh è l’unica provincia di tutta l’Indonesia che applica la legge coranica, Saryat Islam, “la via dell’islam”, come annuncia un grande tabellone fuori dall’aeroporto. Qui è vietato bere birra, convertirsi a religioni diverse dall’islam e stare a casa dal lavoro la domenica, cose che fanno invece il resto degli indonesiani, benché musulmani per l’80 per cento. Banda Aceh è l’unica area dell’Indonesia che due secoli fa ha aderito alla riforma wahabita, dopo forti contrasti fra fazioni locali. Le varie concessioni del governo centrale non hanno sortito molto effetto, tanto che dal 1976 è attivo un movimento indipendentista di nome Gam (Movimento per Aceh libera) che pratica la lotta armata, ricevendo aiuti prima dalla Libia di Gheddafi e poi più recentemente, secondo molte informazioni, da Al Qaeda. L’esercito ha intensificato la repressione a partire dal maggio 2003, con una campagna che ha praticamente dimezzato le forze del Gam (da 5mila combattenti presunti a poco più di 2mila) e che solo il maremoto ha interrotto. Per anni i giornalisti stranieri hanno avuto divieto di accesso a questa polveriera, e anche ora che il governo ha aperto le porte alla solidarietà internazionale non è affatto facile ottenere libertà d’azione se si appartiene ai media. Nella provincia oggi sono presenti 35 mila soldati dei reparti di elites, più alcuni reparti della polizia antisommossa. Oggi a Banda Aceh ci sono letteralmente più armi da fuoco che case.

AMICO, TU CREI PROBLEMI
In un posto del genere, voi scorazzereste un pomeriggio intero in giro con tre suore (due locali ed una italiana) ed un longilineo sacerdote camilliano, per di più inconfondibilmente americano, tutti quanti con la loro croce bene in vista (ricorderete che quella dei camilliani, anche quando non è cucita sulla veste ma portata al collo, è di un rosso intensissimo), con corredo di interminabili foto di gruppo qua e là? Noi l’abbiamo fatto, e non è successo mai nulla di preoccupante, a parte una collezione di sguardi sospettosi o sorpresi. Ma in compenso tanti ragazzi salutavano con simpatia e un gruppo ha chiesto un passaggio per un vicino campo sfollati sul nostro pulmino. Dei guerriglieri, nessuna traccia. E che nemmeno l’esercito creda per davvero ai comunicati che tutti i giorni emette (ripetuti scontri armati col Gam che avrebbe dichiarato una tregua unilaterale solo per finta, aiuti razziati dai guerriglieri, minacce a
tutti gli stranieri) lo dimostrano vistosamente alcuni fatti:
1) nonostante il grande dispiego di uomini e mezzi militari, in città non vige alcun coprifuoco notturno;
2) dal centro città all’aeroporto, lungo un percorso di 5 chilometri, non esiste nessun posto di blocco, nemmeno nelle ore notturne; alle 6 di mattina si entra in auto nel compound dell’aeroporto e poi coi bagagli dentro l’edificio principale senza che nessuno fermi chiedendo i documenti o passando i bagagli ai raggi x;
3) si possono prendere foto ovunque, anche ritraendo picchetti di militari, senza che succeda nulla.
Eppure a Banda Aceh e dintorni di cose spiacevoli ne succedono. Racconta Scott Binet, medico sacerdote camilliano Usa, di aver tentato invano di offrire i propri servigi a Banda Aceh. Prima è stato pregato di allontanarsi da una comunità di gesuiti indonesiani che lo aveva brevemente ospitato, poi la stessa cosa gli è successa con un gruppo di volontari laici cristiani indonesiani. «Mi hanno detto: “La tua presenza crea problemi; viene continuamente gente a chiedere chi sei e quali sono i nostri rapporti con te”». «Il problema non è la gente comune», spiega padre Benyamin Purba, un cappuccino indonesiano coordinatore del Jarkas, la rete di organizzazioni umanitarie per il soccorso ad Aceh e dintorni promossa dalle diocesi cattoliche di Sumatra. «Quando andiamo nei villaggi, i musulmani accettano con gratitudine i nostri doni. Ma quando arriviamo in città come Aceh o altre località molto frequentate, ci capita di vedere rifiutate le nostre offerte di aiuto a causa dell’azione di alcuni propagandisti». Padre Purba non dice di più, ma è facile scoprire che i propagandisti in questione sono i militanti del Pks, un partito islamico intransigente che fa correre la voce che dietro gli aiuti dei cristiani indonesiani e stranieri si nasconde un programma di proselitismo cristiano a Sumatra e di indebolimento dell’identità islamica.
Effettivamente gli stranieri (ci sono più di duemila fra volontari civili e soldati stranieri a Banda Aceh e dintorni) non corrono pericoli, almeno per il momento, da parte del Gam. Ma ne corrono ogni giorno di più da parte di Jemaa Islamiya e Laskar Jihad, due gruppi terroristi islamici originari di Giava orientale strategicamente alleati di Al Qaeda, che potrebberom facilmente colpire Aceh come hanno colpito Giakarta nel recente passato.
Nel frattempo, Banda Aceh è diventata il porto di tutte le avventure. Poco distante dall’imponente moschea di Raya Baiturrahman, costruita nel 1879 dagli olandesi per sigillare la pace con gli acehnesi dopo averli sottomessi, sventola uno striscione che segnala la presenza nientemeno che di Scientology. Gli adepti di Ron Hubbard offrono massaggi speciali e altra consulenza finalizzata alla riabilitazione psichica agli ignari sopravvissuti, senza disdegnare soldati o giornalisti di passaggio. A Banda Aceh sono presenti ormai volontari di 48 nazionalità diverse, ma sarebbe un’esagerazione dire che stanno lavorando bene. A parte quelle che contribuiscono lodevolmente a liberare dal fango le case ancora abitabili e a recuperare beni ancora utilizzabili, la maggior parte sta ancora organizzando logisticamente la propria presenza in vista della ricostruzione, che non si sa quando comincerà. Alcune stanno semplicemente sventolando la bandiera. Nel deserto di Ule-Lhe, in prossimità del mare, mi imbatto nel tendone di Medecins sans frontieres Belgio: sotto ci sono 6 ragazzi e ragazze indonesiani sorridenti con la maglietta dell’associazione e un po’ di confezioni farmaceutiche ammucchiate su un bancone all’aperto. «Ma cosa fate qui, non esiste più nulla». «Ma no, stamattina sono passate due persone a chiedere i nostri medicinali».

VIVA GLI AUSTRALIANI
Discorso diverso per i militari: australiani, inglesi, francesi, malaysiani e tedeschi, ma ci sono anche americani (ben 24 navi e 90 velivoli), giapponesi e singaporesi. Senza di loro il bilancio di morte sarebbe molto più alto: nelle aree remote, acqua, medicine e
viveri sono arrivati grazie ai loro voli, e solo nell’ultima settimana grazie ai camion indonesiani; ma anche a Banda Aceh la popolazione non potrebbe sopravvivere senza il sistema di depurazione dell’acqua creato dall’esercito australiano e installato nei locali della chiesa cattolica. Ogni giorno lunghe file di donne bambini si assiepano nei pressi del Sacro Cuore per ricevere razioni di acqua dai serbatoi gestiti dai militari di Sydney.
Il vicepresidente dell’Indonesia ha dichiarato che entro la fine di marzo le truppe straniere dovranno lasciare l’Indonesia. Molti fra i volontari stranieri sono convinti che dopo i militari arriverà un ultimatum anche per i civili. Chi non se ne andrà, a meno che non lo caccino fisicamente, è padre Ferdinando Severi, il 70enne francescano conventuale parroco di Banda Aceh che il 26 dicembre si è salvato per un soffio mentre si trovava a Meulaboh (250 chilometri più a sud lungo la costa occidentale di Sumatra) per la Messa. I suoi cristiani (cinesi, batak, e altre etnie cristiane) sono andati quasi tutti via da Aceh, a casa di parenti, ma lui dice: «Dove dovrei andare? Il mio posto è questo, sto da queste parti dal 1968». E agli interrogativi religiosi intorno alla tragedia risponde brusco: «Sono domande inutili. Da che mondo è mondo, terremoti e inondazioni feriscono l’umanità. La risposta è la stessa di sempre: da quando si è separato da Dio col peccato originale, il mondo ha perso il suo equilibrio, la sua perfezione. Il mondo perfetto che non c’è più a causa del peccato possiamo ritrovarlo dentro di noi testimoniando i valori soprannaturali: l’amore per Dio, l’amore per il prossimo, il perdono, la fraternità». Caro, vecchio padre Ferdinando, salvato dalle acque.

di Casadei Rodolfo

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“Scottarina”, chiamata così dopo che P. Scott Binet, MD l’ha aiutata a nascere. 

La risposta della Camillian Task Force 
alla crisi in Haiti

Un Successo

 La Camillian Task Force (CTF) e i suoi collaboratori hanno prestato soccorso per le necessità mediche e pastorali a 10,000 persone in Gonaives (Haiti) durante il mese di ottobre in seguito alla devastazione causata dall’Uragano Jeanne.

 La CTF fu aiutata nei suoi sforzi dalla Caritas di Haiti, dalla Caritas di Gonaives e dalle Associazioni “ Food for the Poor” e “Medici senza frontiere” (MSF). Questi gruppi operarono in 7 aule del primo piano della scuola K-12 delle “Suore di Nostra Signora della Misericordia” della comunità di Gonaives situata a nord di Port au Prince raggiungibile in 3 ore e mezza. Visto che l'ospedale principale di Gonaives fu reso impraticabile dall'azione dell’Uragano, le stanze della scuola furono trasformate in cliniche mediche, in luoghi per piccoli interventi chirurgici, un'area privata destinata all’aiuto delle persone traumatizzate, spazi per immagazzinare farmaci e una stanza riservata al ricovero occasionale dei pazienti.   

Le necessità pastorali delle persone furono soddisfatte attraverso le celebrazioni regolari dell'Eucaristia presso la chiesa della parrocchia, le consultazioni, la preghiera mattutina con i pazienti prima dell’inizio delle visite mediche, le visite agli ammalati da parte dei sacerdoti e la celebrazione del Sacramento dell'estrema unzione all'ammalato quando necessario. Inoltre i membri della CTF aiutarono le suore e il pastore locale, P. Gerard, nella distribuzione di cibo, acqua, vestiti e ripari per le vittime dell'Uragano. Suor Vincenzina e i membri della sua comunità saranno encomiati per la loro ospitalità e i loro sforzi per l’aiuto alle persone di Gonaives. 

Lo sforzo della CTF fu condotto da Padre Scott Binet, MD e dai membri della comunità Camilliana di Port au Prince. Uno speciale riconoscimento di merito va a Padre Crescenzo e Madda che furono i primi a partire per Gonaives e prendere contatto con l’ordine delle Suore di Nostra Signora della Misericordia. La comunità Camilliana di Port au Prince dimostrò la propria affidabilità nel provvedere alle prime cure mediche, ai vestiti, alle approvvigioni e alla ricerca del personale per lo sforzo assistenziale in Gonaives. Ogni settimana Madda faceva lunghi tragitti per portare articoli e reclutare personale assistenziale nell'area del disastro. L’aiuto per i preti Camilliani arrivò da squadre di infermieri da Foyer  St. Camille in Port au Prince. Queste squadre erano formate da due infermieri che, a rotazione settimanale, lavoravano insieme ad altri infermieri locali di Gonaives e al Dott. Binet rimanendo insieme presso il luogo del disastro per l’intero mese d’ottobre. Grazie agli sforzi di molti, la CTF servì con successo le necessità mediche e pastorali di numerose persone in Gonaives: missione compiuta.     

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HAITI NELL’OCCHIO DEL CICLONE “JEANNE

…E tre. Uno: l’impietosa uscita di scena del presidente Jean-Berthrand Aristide, il 29 febbraio scorso, preceduta e seguita da disordini, violenze di ogni genere e morte, proprio mentre il Paese celebra i 200 anni d’Indipendenza. Due: l’alluvione del maggio scorso, che ha distrutto villaggi e culture, migliaia di famiglie senza tetto e qualche centinaio di morti. Tre: il ciclone “Jeanne”, terzo micidiale incomodo, abbattutosi impietosamente sulle regioni del nord del Paese, tra il 18 e il 19 settembre, una quindicina di giorni dopo il ciclone “Ivan” che, pur avendo lasciato il segno nel sud del Paese al suo passaggio burrascoso, è quasi nulla a confronto delle devastazioni provocate da “Jeanne”, che ha messo in ginocchio la popolazione già enormemete prostrata. Ecco i tre complici della mala sorte toccata quest’anno alla popolazione di Haiti. Sarà che il detto “anno bisesto, anno funesto” si sia avverato? La Perla delle Antille  di una volta, è ora diventata un’immagine rivoltante.

Non è facile tracciare un bilancio dei danni alle persone, al bestiame, alla natura e alle cose, procurati dal passaggio implacabile del ciclone “Jeanne”. Riportiamo i dati essenziali ed approssimativi, forniti dalla Protezione Civile: 1.514 i morti, di cui 1055 solo a Gonaïves, capoluogo dell’Artibonite e città più colpita, e un altro migliaio di persone date per disperse; oltre 26.000 i feriti, che hanno dovuto fare la coda, e continuano a farla, ai centri sanitari esistenti o installati al momento, mentre alcuni di essi purtroppo sono inagibili, come l’ospedale civile “La Provvidenza”, completamente devastato: il blocco operatorio, la maternità, il centro trasfusionale e il gruppo elettrogeno sono rimasti sommersi sotto l’acqua e il fango; 298.926 persone sinistrate (oltre 200.000 solo a Gonaïves) e oltre 10.000 alloggiate qua e là; 4.471 case distrutte o danneggiate (4.000 a Gonaïves).

Enormi i danni ai beni e le perdite di bestiame. Si calcola che siano stati devastati 1.222 ettari di terreno, per un valore di 406.000 gourdes (divisa nazionale), pari a oltre 11.000.000 US$; il villaggio chiamato “Le Désert”, in creolo “Savan desole a”, a una decina di chilometri da Gonaïves, è diventato un immenso lago: da e per Gonaïves le macchine sono costrette a passare dentro le acque; 20 sistemi d’irrigazione danneggiati inesorabilmente, per un valore di circa 195.000.000 di gourdes, pari a circa 5.300.000 US$; andati perduti 4.858 capi di bestiame, per un valore di 6.626.550 gourdes, pari a 180.000 US$. 

Domenica 26 settembre, una settimana dopo il disastro, in tre – suor Dulce, Madda e il sottoscritto – ci siamo portati a Gonaïves, con l’ambulanza piena di aiuti umanitari, diretti alla Missione delle Suore Figlie della Misericordia di Savona (Italia), che gestiscono una scuola ed un dispensario per conto della diocesi. Ci fanno da scorta le suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta. Ci avventuriamo con un po’ di perplessità, tanta è la gente che cerca di dissuaderci: “Non andate, correte il rischio di essere assaliti da banditi nei pressi di Gonaïves”. I più ottimisti ci dicono di essere prudenti. Le suore di madre Teresa ci rassicurano: “Siamo andate diverse volte a Gonaïves senza problemi; i banditi assalgono solo i grossi convogli, soprattutto se si rifiutano di pagare il pedagio”.

Le 9.15: si parte. Dopo oltre tre ore di cammino, si arriva alla “Savan desole a. Un’immensa distesa d’acqua, da sembrare un mare, si para davanti ai nostri occhi, dove prima c’erano strada, poche case e tutt’attorno brousse o savana (da cui il nome Savan desole a); tante macchine e camion fermi al limitare delle acque o in procinto di partire, circondati da uomini, per lo più giovani, che puntano le macchine contendendosele come dei forsennati; lo stesso avviene per la nostra: sembra un assalto bell’e buono. Invece sono gli angeli custodi, che si offrono, dietro compenso di 250 gourdes (7 US$), di guidarti all’altra riva, seduti sul cofano della tua macchina. L’autista delle suore, poco prima ci aveva avvertiti: “Fra poco la strada s’interrompe: dovremo attraversare le acque e occorrerà pagare il pedagio, per arrivare all’altra riva senza problemi. Niente paura! Ci penso io!”.

Ora capiamo! Ma al vedere camions, macchine e draghe alla deriva nelle acque – assieme a carcasse di animali e ad un fetore insopportabile – il dubbio ci prende: “Se questi convogli sono rimasti bloccati, ce la faremo noi con questa piccola vettura?”. Ma sì, per bacco! Anzi, grazie a Dio, alla destrezza dell’autista, che deve fare i conti con la corrente, e ai buoni uffici (si fa per dire) della nostro giovanissimo angelo custode, in 25 minuti arriviamo indenni all’altra riva (stessa cosa per il ritorno). Intanto, sotto gli occhi di tutti – e del fotografo che fa difficoltà a trovare l’equilibrio mentre scatta foto – passano le immagini drammatiche, causate dal catastrofico ciclone. I fiumi che scendono dai monti, non sono riusciti a contenere le grandi acque, che si precipitano paurosamente a valle, portandosi dietro detriti, fango e pietre, non hanno trovato, lungo la loro discesa vorticosa, le difese naturali: alberi e foreste, che sono stati divelti, sradicati e distrutti selvaggiamente dall’uomo ingordo e imprevidente.

Arriviamo alla Missione delle Suore poco dopo le 13.30. Sr. Vincenzina, italiana, e sr Iñacia, brasiliana, appena ci scorgono, ci corrono incontro come a dei salvatori. Un grande e prolungato abbraccio. Poi l’esclamazione liberatoria, più con gli occhi lucidi che con la voce: “Vi abbiamo inviato un’e-mail stamattina, chiedendo disperatamente soccorso. Sapevamo di poter contare su di voi. Non abbiamo nessun aiuto...”. E-mail mai arrivata: indirizzo errato. Ma noi che presentivamo, non essendoci potuti mettere in nessun modo in contatto telefonico con la Missione – la violenza del ciclone ha distrutto la rete telefonica, isolando città e dintorni – abbiamo portato in dono oltre una tonnellata di aiuti umanitari: riso, pasta, olio, latte in polvere per bambini, medicinali, sapone e saponette, persino acqua potabile e un po’ di denaro liquido (circa 300 US$).

Si entra nel cortile interno della Missione, sede della scuola e residenza della comunità, e subito una stretta al cuore ci prende. Materiale didattico sparso al suolo ad asciugare; l’acqua negli angoli più bassi dello stabile; i segni sui muri del livello che avevano raggiunte le acque: oltre un metro; all’ingresso della casa delle suore, i paramenti sacri infangati e appesi in un angolo ad asciugare; i vani e i corridoi del piano terra e del primo piano colmi pacchi, sacchi e secchi di alimentari, medicine, detersivi…: appena il passaggio per una persona, ma il tutto strappato dall’inondazione e salvato con estenuante fatica. Un senso di abbandono, dove conoscevamo lindezza, buon gusto e ordine.

Scaricata la macchina e sistemato debitamente ogni cosa, alle 14.30 si pranza: mangiamo quello che ci siamo portati dietro. Intanto ascoltiamo le suore che si sfogano e raccontano la loro triste esperienza, la corsa contro il tempo, anzi, contro l’acqua per salvare il salvabile: “Sabato sera sentiamo le grida della gente: l’acqua ci sta invadendo! E noi di corsa siamo scese a ritirare le cose essenziali, soprattutto gli alimentari, gli indumenti, i medicinali, il materiale didattico… Una fatica immane e quasi non ci si reggeva in piedi mano mano che l’acqua saliva paurosamente. Ci siamo arrese quando l’acqua stava arrivando alla gola (non è il solito slogan) ed eravamo stremate. Di più non si poteva fare. Ci piangeva il cuore vedere tanto ben di Dio andare perduto, inghiottito dalla violenza dell’acqua, senza potere far niente. 

Ma come fare con le persone del quartiere in cerca di riparo, la casa distrutta dalla violenza delle acque in pochi secondi, con i pochi stracci riusciti a ricuperare, i bambini in pianto? Senza pensarci sù, abbiamo sistemato nelle aule scolastiche, dal primo al terzo piano, un migliaio di persone prive di tutto. Diamo noi un po’ da mangiare, che essi stessi si cuociono, in aggiunta agli aiuti che ricevono e che per il momento sono poca cosa. Per la nostra scuola e per il nostro dispensario finora aiuto. Oggi abbiamo ricevuto i primi aiuti: quelli che ci avete portato voi. Grazie! E che Dio vi renda merito”.

Le suore ci hanno poi guidato per la città. Su un angolo della strada principale che porta in città, c’imbattiamo in un gruppo della protezione civile che raccoglie detriti e fango con i camion; in fondo, sullo slargo della strada circolare davanti alla cattedrale, un camion d’acqua potabile serve centinaia di persone, che si accalcano disordinatamente e si spingono protesi verso i rubinetti, per paura che si esauriscano prima di arrivarci. Che desolazione, entrando in città! Acqua e fango dappertutto. La cattedrale porta ancora i segni del livello delle acque: oltre i due metri. La piazza dell’Indipendenza, che si apre davanti ad essa, tutta infangata e ancora acqua.

Ci troviamo ora di fronte ad uno spettacolo apocalittico: case diroccate, case dannegggiate completamente, case inclinate paurosamente nell’acqua, grandi spazi vuoti dove prima c’erano abitazioni; rottami di macchine abbandonate agli angoli delle strade; mucchi d’immondizia dappertutto e cani e maiali che sembrano fare festa in quella melma; qualche carogna di bestie che emerge dalle acque. I finestrini della macchina sono chiusi ermeticamente per non sentire i miasmi nauseabondi da svenire. Difficile camminare a piedi sia per l’acqua sia soprattutto per lo spessore del fango melmoso; pochissime le persone per le vie, ma solo in bici, in moto o in macchina.

Più in periferia non è facile farsi strada con la macchina: detriti e fango sono montagne, mentre attorno è solo squallore: un ragazzino con una scopa tenta di pulire davanti alla sua casa – per modo di dire - inondata, mentre una donna con una bacinella toglie l’acqua dalla sua modesta abitazione, situata più in basso della strada, dietro un parapetto diroccato È impossibile percorrere un’altra strada di periferia appena imboccata. Si deve tornare indietro: un gruppo di uomini della Croix Rouge française si adopera a sgombrare la strada diventata montagna di detriti, a destra e a sinistre case diroccate. Il cuore ci batte in petto alla vista di tanto disastro e al pensiero delle migliaia di persone morte annegate, che nulla hanno potuto contro la corrrente travolgente, e delle altre migliaia di superstiti, rimaste senza nulla e che tutto si aspettano dagli altri. Molte di esse si stanno già mobilitando, per trovare alloggio da parenti e conoscenti o presso istituti religiosi: altre ancora, e sono la maggioranza, vanno ad ingrandire la già numerosa popolazione della capitale e delle bidonville che la circondano.

I soccorsi si vanno moltiplicando di giorno in giorno: aiuti umanitari, persone e beni, arrivano via aerea con elicotteri; altri arrivano via terra, in convogli scortati dalla polizia dell’ONU, per impedire assalti e ladroneggi;. Purtroppo tanti convogli umanitari vengono bloccati e barbaramente saccheggiati da banditi, macette e pietre in mano, armi in pugno. E la gente ha paura. Diventa problematica la distribuzione: un camion d’acqua potabile, tanto sospirtata, è stato rovesciato a terra, impedendo alla gente di poterne attingere; convogli di alimentari assaltati selvaggiamente, dove la legge vigente è che vinca, senza preoccuparsi che i vicini più deboli, l’anziano o la donna incinta, scavalcati e calpestati in modo disumano, hanno almeno gli stessi diritti di sopravvivenza.

Sono ormai le 16.30: la strada accidentata, la savan desole a da attraversare in acqua, il buio che viene repentino, sconsigliano ulteriori ritardi. Salutiamo calorosamente le suore, con la promessa di ritornare, e partiamo attraversando il mercatino del quartiere, con mercanti e mercanzie ai bordi della stretta strada piena di fango. Alle ore 21.00 rientriamo a casa nostra, con la schiena sconquassata, ma sani e salvi, senza aver subito nessun rischio, contenti di aver portato un po’ di speranza, che ha aperto i volti al sorriso, e un po’ di sollievo alle suore, la nostra longa manus che si tenderà domani alle famiglie sinistrate.

Giovedì 29 settembre, secondo randez-vous. Questa volta, a salire sull’ambulanza, con un altro carico di aiuti umanitari come il precedente, sono Madda, sr. Tipawan e p. Scott Francis Binet, medico camilliano dell provincia nord-americana, venuto come coordinatore della taks force del nostro Ordine. La meta è ancora la Missione delle Figlie della Misericordia di Savona, ma l’obiettivo è di rendersi conto sul posto dei reali bisogni nel campo sanitario e del modo di coordinare gli interventi.

 Primo passo: il dispensario delle suore. È possibile riattivarlo in tempi brevi: un medico della Caritas si è già reso disponibile; c’è bisogno di un’équipe d’infermiere, per poter ordinare il materiale sanitario e cominciare l’attività nel quartiere di circa 15.000 persone; è necessaria ancora la presenza di  altro personale per pulire e ordinare lo stabile. Il nostro Centro sanitario si rende disponibile: invierà un’équipe sanitaria che potrebbe fermarsi una settimana, rimpiazzata da una seconda; mentre il personale di servizio potrebbe restare sul posto l’intera giornata, per riprendere i giorni successivi fino ad esaurimento.

Secondo passo: ospedale civile “La Provvidence”. Dalle suore di Cluny, che dopo l’uragano si sono rifugiate in capitale, il complesso ospedaliero passa alle mani dei medici cubani, che ora si stanno dando da fare per ripulire lo stabile e tentare di salvare gli strumenti dai detriti e dal fango, ordinando ogni cosa. Le necessità sono tante e di ogni genere. Ma l’urgenza e priorità assoluta, secondo il responsabile capo cubano, dott. Chavez, è di rimettere in funzione al più presto il blocco operatorio, dove mancano le strumentazioni essenziali. Noi ci stiamo facendo un pensierino...

Il terzo passo sarebbe stato di visitare qualche comunità religiosa, oltre quella delle Figlie della Misericordia, in particolare quelle che gestiscono centri sanitari o dispensari, per verificare i reali bisogni, se e come eventualmente intervenire. Il tempo è sempre tiranno, le distanze sono lunghe, passare il guado della savan all’oscuro è il problema più grosso. Dunque si rientra. Ma telefonicamente siamo a stretto contatto con istituzioni e organismi umanitari e con le comunità religiose interessate: tutti sanno che noi siamo presenti.

Prendono la via del ritorno solo Madda e sr. Tipawan. Ma questa volta il lago della vasta Savan desole a, sembra diventato più cupo ed esigente: costringe l’ambulanza, e altre vetture ancora, ad una sosta in mezzo all’acqua, in attesa che la forza multinazionale, con i suoi mezzi pesanti, sgombri il percorso ostruito da tante vetture e camion rimasti in panne. E, come Dio vuole, le due rientrano a casa per l’ora di cena.

Il p. Scott rimane sul posto, ospite delle suore della Misericordia, per studiare e organizzare un piano d’interventi specificamente nel campo sanitario, a stretto contatto con le persone responsabili e con le organizzazioni di soccorso: il Vescovo della diocesi, il Catholic Relief Services, la Caritas, la CHR (Conferenza Haitiana dei Religiosi), la Croix Rouge.... E già il giorno seguente, venerdì 30 settembre, in un vano della scuola delle Figlie della Misericordia, il p. Scott, assieme al medico della Caritas, apre un piccolo dispensario per i pazienti del quartiere. È anche in programma di aprirne un altro nelle vicinanze, in attesa che venga riattivato il precedente, reso inagibile dal ciclone.

  

Port-au-Prince, 4 ottobre 2004

p. Crescenzo Mazzella

   

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Attività della Camillian Task Force
01 Gennaio – 02 Aprile, 2004

Data: 2 Gennaio 2004
Luogo:
Milwaukee, Wisconsin

Attività:
 

  1. La Provincia Nord-Americana dell’Ordine di San Camillo istituisce un conto bancario per la Camillian Task Force (CTF) collegato alla “no profit” St. Camillus Foundation.

  2. Diversi contribuenti fanno donazioni, deducibili dalle tasse, per gli aiuti finanziari alle attività  della CTF.

  3. La Provincia Nord-Americana insieme alla Commissione Centrale della CTF accetta di   provvedere al finanziamento della maggior parte delle iniziative intraprese da P. Scott Binet per l’inizio delle attività della CTF.

  4. I viaggi aerei per le attività della CTF di P. Scott sono stati concordati con la Star Alliance usufruendo di un’alta riduzione di tariffe. 

Benefici ottenuti:

  • La Provincia Nord-Americana conferma i suoi impegni con la CTF.

  • Il conto bancario  per le donazioni, deducibili dalle tasse, a favore della CTF è stabilito presso 

The Order of St. Camillus Foundation, Inc.
10200 W. Bluemound Road
Wauwatosa, WI 53226
Tel. (414) 259-8335
Fax (414) 259-4987
Email: foundation@stcam.com

Make check payable to: St. Camillus Foundation, Inc.
** Memo line: Camillian Task Force **
 

Data: 5-13 Gennaio 2004
Luogo:
Tegucigalpa, Honduras

Attività:
 
 

  1. C’è la collaborazione nella missione medico-pastorale tra la Global Medical Relief (GMR), la Camillian Task Force e la Sociedad de Amigos. 25 persone tra cui un prete, medici, infermiere, farmacisti, studenti di medicina e allievi infermieri, terapisti, traduttori e gente locale, provvedono ai bisogni medici delle persone in 5 differenti luoghi rurali dell’Honduras.
  2. P. Scott incontra Sr. Maria Leggol e Mae Valenzuela, le quali sono incaricate dalla Sociedad de Amigos, di prendere nota di tutto ciò che riguardava le necessità che le assistenze umanitarie hanno richiesto in Tegucigalpa dopo l’arrivo dell’uragano Mitch nel 1998.

CTF Partecipanti
        Gail Johnson
        P. Scott Binet, MD, M.I.
 

Benefici ottenuti:  

  • Esperienza e consapevolezza ministeriale (medica e pastorale) e organizzativa per i partecipanti della CTF
  • Grande consapevolezza delle attività e della missione della CTF e dei Camilliani per coloro che si sono impegnati nella missione in Honduras per l’Ordine e per la gente comune
  • Collaborazione con GMR e con la Sociedad de Amigos che permettono di mettere le basi per una futura collaborazione 
  • Promozione Vocazionale: diversi membri del gruppo della missione segnalano il loro interesse nel lavoro della CTF e nel carisma Camilliano.
  • Contatti con la chiesa locale (la diocesi) in un’area danneggiata dall’intervento dell’uomo e dai disastri naturali: la collaborazione con le chiese locali e un’integrazione con esse per gli sforzi negli aiuti potrà essere un modello di lavoro per la CTF nel prossimo futuro.  
  • Grande consapevolezza riguardo all’uragano Mitch e successive risposte d’aiuto 
  • Riconoscimento del valore della CTF da parte di altri: richiesta di continua presenza dei Camilliani/CTF in Honduras da parte della Sociedad de Amigos (dispensario mobile).

 Data: 13-15 Gennaio 2004
Luogo:
San Salvador, El Salvador
Attività
:
 

  1. P. Scott incontra Monsignor Richard Antall, il Direttore Esecutivo del Segretariato per lo Sviluppo Sociale e Umanitario e capo della Caritas Cattolica nella Diocesi di San Salvador. Il Segretariato ha coordinato le attività di assistenza in risposta ai tre terremoti che devastarono El Salvador nel 2001. 

  Benefici ottenuti:

  • Grande consapevolezza delle attività e della missione della CTF e dei Camilliani per coloro che si sono impegnati nella missione in San Salvador, per l’Ordine e per la gente comune
  • Contatti con la chiesa locale (la diocesi) in un’area danneggiata dall’intervento dell’uomo e dai disastri naturali: la collaborazione con le chiese locali ed un’integrazione con esse per gli sforzi negli aiuti potrà essere un modello di lavoro per la CTF nel prossimo futuro.
  • Grande consapevolezza riguardante i danni provocati dagli interventi dell’uomo e dai disastri naturali nel San Salvador (terremoti, uragani, abusi dei diritti umani, AIDS) e soluzioni con le quali la CTF potrebbe essere di aiuto in queste situazioni 
  • Riconoscimento del valore della CTF da parte di altri: richiesta di presenza dei Camilliani/CTF nella diocesi di San Salvador da parte di Monsignor Richard Antall e del Vescovo Ordinario dell’Arcidiocesi (AIDS ministry)

Data: 19-28 Gennaio 2004
Luogo:
Philippines
Attività
:  

  1. Collaborazione tra la Rizal MacArthur Memorial Foundation (RMMF) e la Camillian Task Force. 40 persone tra cui 2 preti, medici (chirurghi, anestesisti e primari di medicina generale), infermiere/i, farmacisti, terapisti, studenti nel campo della salute, provvedono ai bisogni spirituali e pastorali del gruppo della missione e ai bisogni di salute (medici e chirurgici) per le  persone in tre differenti province delle Filippine:
    1. Dasmarinas, Cavite 

    2. Santa Cruz, Zambales 

    3. (Urbiztondo, San Carlos City, Binmaley) Pangasinan 

CTF Partecipanti
        P. James Roa, MD, M.I.
        P. Scott Binet, MD, M.I.

 Benefici ottenuti:

  • Esperienza e consapevolezza ministeriale (medica e pastorale) e organizzativa per i partecipanti della CTF
  • Grande consapevolezza delle attività e della missione della CTF e dei Camilliani per coloro che si sono impegnati nella missione e per i Camilliani della Provincia Filippina e dell’Ordine al completo e per la gente comune
  • Grande consapevolezza riguardante i danni provocati dagli interventi dell’uomo e dai disastri naturali nelle Filippine (terremoti, tifoni, vulcani, rifugiati) e soluzioni con le quali la CTF potrebbe essere di aiuto in queste situazioni 
  • Riconoscimento del valore della CTF da parte di altri: richiesta della presenza dei Camilliani/CTF nella prossima RMMF missione nelle Filippine 
  • Offerte di sostegni finanziari per la CTF da parte dei membri del gruppo della missione della Rizal MacArthur Memorial Foundation 
  • Promozione Vocazionale: diversi laici nel gruppo della missione e una persona religiosa nonCamilliana (suora e dottore) segnalano il loro desiderio di partecipare al lavoro della CTF.

Data: 10 Febbraio-9 Marzo 2004
Luogo:
Nabire, Papua, Indonesia
Attività
:
   

  1. C’è collaborazione tra la Società di Gesù (Provincia Indonesiana), la Diocesi di Jayapura e la CTF in risposta ai due terremoti del 6 e 8 Febbraio 2004 e ad altre scosse, seguite a quelle principali,  che hanno colpito Nabire, Papua. L’assistenza include: la stima e la valutazione dei danni e dei bisogni; distribuzione di cibo, di tende e di scorte; cure mediche; cure pastorali. Il gruppo medico è costituito da dottori, uno studente Gesuita, volontari Gesuiti e studenti di scuola superiore. Noi provvediamo alle cure mediche e pastorali e celebriamo la messa quasi quotidianamente con le persone all’interno dei confini della Parrocchia di Cristus Sabahat Kita (spostamenti da 30 minuti a 4 ore). Per l’ultima settimana di esperienza, c’è un dispensario dinanzi alla comunità Gesuita, la quale sin dall’inizio serve come base per gli aiuti di assistenza.
  2. P. Scott incontra P. Ismartono, SJ, Direttore Esecutivo della Commissione di Dialogo Interreligioso e il Direttore del Crisis Center per la Conferenza Episcopale dell’Indonesia.    

CTF Partecipanti
        P. Scott Binet, MD, M.I.

 Benefici ottenuti:

  • Esperienza e consapevolezza ministeriale (medica e pastorale) e organizzativa per i partecipanti della CTF
  • Grande consapevolezza delle attività e della missione della CTF e dei Camilliani per coloro che sono impegnati nella missione per i Gesuiti di Jakarta, per i Camilliani e per la gente comune
  • Grande consapevolezza riguardante i danni provocati dagli interventi dell’uomo e dai disastri naturali in Indonesia (terremoti, vulcani, abusi dei diritti umani, epidemie, conflitti armati) e soluzioni con le quali la CTF potrebbe essere di aiuto in queste situazioni 
  • Collaborazione con la chiesa locale (la Diocesi di Jayapura) e la Società di Gesù 
  • Riconoscimento del valore della CTF da parte di altri: richiesta per conto del Crisis Center della Conferenza Episcopale dell’Indonesia per considerare una futura collaborazione tra la CTF e il Crisis Center

 Data: 2 Aprile 2004
Luogo:
Roma, Italia – La Maddalena, Casa Generalizia dell’Ordine di San Camillo
Attività
:

1.      Incontro della Commissione Centrale della Camillian Task Force. I presenti sono: Padre Generale Frank Monks; P. Antonio Menegon; P. Pietro Magliozzi, MD; P. Sergio Palumbo; P. Scott Binet, MD; Diacono Massimo Miraglio.

Temi discussi: 

  • La missione della CTF

  • Come far crescere la partecipazione dei laici e dei religiosi al ministero della CTF

  • Il valore della CTF per la promozione vocazionale 

  • Finanziamenti della CTF

  • Attività missionarie di P. Scott Binet nella CTF

  • Chiarezza sul ruolo di P. Scott Binet nella CTF

  • La possibilità di fondare una base/comunità operativa della CTF

  • Il bisogno di avere una segreteria organizzativa per la CTF per:

  1. Comunicazioni tramite telefono, e-mail e fax

  2. Communicazione e collaborazione tra diversi gruppi

  3. Finanze

  4. Sviluppi e aggiornamenti del Website

  5. Pubblicità

  6. Valutazione delle domande di partecipazione alle attività della CTF

  7. Valutazione delle richieste per l’assistenza della CTF

  8. Coordinamento delle attività “in locodella CTF

  9. Pubblicazione delle attività della CTF

  10. Archivi/ufficio per documentazione e ricerca

  11. Traduzioni

 P. Scott F. Binet, MD, M.I.
Animatore and Coordinatore della Camillian Task Force

SFBrome2@hotmail.com

http://www.h-sancamillo.to.it/ctf/
 

Nairobi, Kenya
Festa di San Marco
25 Aprile 2004

 

 

Segreteria della Camillian Task Force
3533 N. 84th Street ~ Milwaukee, WI  53222 ~ Telefono: 001-414-464-8030 ~ secretariat@ctfmercy.org 
La CTF  è una organizzazione senza fini di lucro

   
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    Camillian Task Force
           in
Indonesia

    La risposta della
           Camillian Task Force
           alla crisi in Haiti:
           Un Successo

    Ciclone Jeanne

    La missione CTF di
           Scott Binet durante
           6 mesi in 11 paesi